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8 settembre e 25 aprile PDF Stampa E-mail
          

 

8 settembre e 25 aprile, la fine e l'inizio

di Gino Candreva

Ormai è passata la convinzione che la Costituzione, che ha fondato la democrazia in questo paese, sia una "parentesi" tra l'Italietta prefascista e fascista e una ipotetica "seconda repubblica", che sa di restaurazione del liberalismo giolittiano. Cosa si può rispondere a un presidente del consiglio che considera la Costituzione una specie di residuato "semi-sovietico"? L'attuale maggioranza di governo somiglia molto al gruppo dirigente dell'8 settembre [1943], pronto ad accorrere in aiuto di vincitori e di più forti, che si sbarazza del fardello del fascismo per salvare Re e Statuto albertino. Ed è proprio lì che ha origine la Costituzione italiana, dall'8 settembre, come negazione non solo del fascismo, ma anche dell'Italia prefascista. Oggi, in una specie di involuzione dialettica, si vuole negare questa negazione. Certo si è trattato di un compromesso, tra cattolici, azionisti, socialisti e comunisti. Un compromesso nato dai rapporti di forza instauratisi nella Resistenza, che, oggi che i rapporti di forza sono mutati, si cerca di cancellare, per tornare a una specie di liberalismo di fine ottocento, malvagio e paternalista. È proprio una negazione dell' "Italietta" dell'imperialismo straccione, che aveva combattuto due guerre, in sostanza perse ambedue [anche se formalmente la prima era stata vinta], che aveva mandato al massacro milioni di uomini, contadini e operai vestiti da soldati, che i Costituenti intendevano delineare e fissare nella Costituzione. Più in concreto, come negazione di quella nazione lasciata allo sbando, secondo il titolo di un libro di Aga Rossi, dal badoglismo. L'8 settembre del 1943 è stata una data cruciale per la nazione dei gruppi dirigenti, del re, di Badoglio, il massacratore delle popolazioni etiopi, di Mussolini, di Graziani, l'altro massacratore dei libici e degli etiopi, gruppi in realtà speculari, cui si opponeva l'altra Italia, quella dei partigiani, che salivano in montagna, o degli Internati militari italiani [Imi]. Particolarmente istruttiva, la vicenda degli internati militari. Lasciati a se stessi, l'8 settembre, senza ordini e senza disposizioni, la maggior parte dei militari italiani, soprattutto soldati, ma anche ufficiali inferiori e sottufficiali, preferirono essere deportati in Germania e vivere nei campi di concentramento in condizioni disumane piuttosto che tornare e servire nella repubblica di Salò. Furono oltre seicentomila, a dire "No!", come recita il titolo di un recente libro di Claudio Sommaruga. Oppure, la storia della vita delle Repubbliche partigiane, in modo specifico quella della Val d'Ossola. La Repubblica dell'Ossola, nonostante la sua breve vita, costituì un microcosmo di democrazia diretta e un tentativo di delineare una società diversa, di liberi ed uguali, che si sarebbe dovuta codificare nella Costituzione dell'Italia repubblicana.  Ecco, persino la Repubblica, che oggi vogliamo considerare come un dato assodato, è stata il frutto una dura battaglia, dall'esito incerto fino alla fine. Costituzione, repubblica, democrazia, per strapparli c'è voluta una guerra, la lotta armata in montagna, il rifiuto di tornare degli Imi. Certo, alcuni partigiani, e forse erano la maggioranza, avrebbero voluto procedere oltre, non fermarsi a queste conquiste, espropriare la borghesia, instaurare una repubblica socialista. Era questo il significato degli scioperi del marzo '43, della formazione dei Comitati di gestione, che dopo la Liberazione si assunsero nelle fabbriche il compito di ricostruire l'economia e di dirigerla. Negli anni che vanno dal marzo del 1943 all'aprile del 1945, lotta di classe e lotta partigiana si intrecciarono, persino all'interno del cosiddetto "fronte antifascista". È in questo intreccio che nasce la Costituzione. Su vari punti i Costituenti non furono d'accordo. Basti pensare alla formula dell'articolo 1, "l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro", che sembra sia stata trovata da Fanfani, mentre la sinistra intendeva "l'Italia è una repubblica dei lavoratori", di chiara influenza sovietica. Oppure, si pensi allo scontro sull'articolo 7, che richiama il Concordato tra le leggi fondamentali dello Stato.  Ma su un punto non c'è stata molta discussione: sull'articolo 11, quello che dice che l'Italia "ripudia la guerra" come mezzo per risolvere le controversie internazionali. E non c'è da meravigliarsi. Uno dei miti della destra è che l'8 settembre costituì la "morte della patria". E in parte è vero: era morta la patria che aveva portato la guerra nei Balcani, che aveva gasato le popolazioni dell'Etiopia e della Libia, che aveva aggredito, insieme con le truppe hitleriane, l'Unione sovietica. La guerra dell'Italia non aveva avuto nessuna giustificazione. Si era trattata di una guerra d'aggressione pura e semplice, contro la Francia, la Jugoslavia e l'Unione sovietica. La "patria" che nasceva intendeva espungere questa guerra dalla nuova Italia.  Ma i partigiani e i costituenti non erano pacifisti. E anche gli Imi non rifiutarono di combattere per la repubblica di Salò in nome di un pacifismo etico, ma perché il loro ritorno in Italia avrebbe significato combattere dalla parte sbagliata. Sapevano che, in certi casi, la ribellione era giusta e anzi necessaria. Persino il "terrorismo". Avevano vissuto la salita in montagna come condizione spesso esistenziale e avevano partecipato a una guerra di popolo, quella della Resistenza.

La neutralità impossibile

Tuttavia, intendevano stabilire con chiarezza la differenza tra una guerra di aggressione tra nazioni e una legittima guerra di liberazione nazionale e sociale. L'eticità codificata nella Costituzione non è quella del rifiuto della violenza ad ogni costo, ma quella, stabilita già dall'Illuminismo, della necessità di ribellarsi a un regime ingiusto e tirannico che non persegue la pubblica utilità.  Oggi, come scrive Rochat, è in discussione il ruolo della Resistenza nella storia nazionale, e lo scontro politico è così forte da non consentire posizioni neutrali. Ciò che si chiama "revisionismo storico", ovvero l'assalto politico alle ragioni fondamentali della Costituzione e della Resistenza, non mira a stabilire una verità in qualche modo oggettiva, ma ha l'obiettivo strumentale di ridelineare il passaggio da un regime democratico, seppur nell'ambito della democrazia borghese, a un regime liberale.  E la Costituzione, e questi milioni di operai e studenti che vi si richiamano in continuazione, costituiscono un impiccio. Ecco, detto in termini diversi, forse più brutali ma sicuramente più veritieri, si mette in discussione la Costituzione per poter tagliare la sanità, privatizzare l'istruzione e attaccare i diritti fondamentali. Oppure, si vuole attaccare la Costituzione per poter partecipare, con le mani slegate, alla guerra d'aggressione contro l'Iraq oggi, contro la Jugoslavia ieri, conto i due terzi del mondo domani. Il dibattito sulla Resistenza è fortemente caratterizzato da queste considerazioni di carattere politico. È importante parteciparvi perché costituisce il dibattito sul nostro futuro e non semplicemente sul 1945.

 

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