La memoria dell'Olocausto e gli italiani (2 parte)
Ben venga il superamento degli steccati in nome della concordia nazionale, si dedichi pure a Giuseppe Bottai una piazza della capitale, a patto però che si riconoscano le proprie responsabilità e che si faccia pubblica ammenda delle nequizie compiute dall'Italia fascista prima e durante il secondo conflitto mondiale. Diversamente, la volontà di superare le contrapposizioni approderà, suo malgrado, al riconoscimento e alla legittimazione della Bestia dell'intolleranza. A Bottai si potranno, se lo si riterrà opportuno, dedicare piazze e strade nella "nuova" repubblica, a condizione che si rammenti nelle scuole che egli fu, in qualità di ministro dell'istruzione, l'ideatore dell'epurazione dai manuali scolastici di tutti i riferimenti alla "degenerata cultura ebraica", che a lui sono da attribuirsi i provvedimenti di espulsione dall'istruzione per studenti e professori "giudei", e che sempre a lui si deve la circolare ministeriale che impose l'acquisto e la lettura in tutte le scuole del Regno della "Difesa della razza", la rivista di propaganda del razzismo biologico italiano, di cui segretario di redazione fu il giovane Giorgio Almirante. Con buona pace del mito del Belpaese, anche in Italia durante il fascismo, con la complicità delle gerarchie cattoliche, fu attuata una campagna di discriminazione razziale che garantiva ai soli "italiani", ariani e cattolici, l'accesso ai diritti. Pio XII, che non mancò di sostenere direttamente la causa di regimi nazionalintegralisti, come la dittatura instaurata dopo la Guerra Civile spagnola dal caudillo Francisco Franco, o lo stato fantoccio croato del duce Ante Pavelic, non si pronunciò mai pubblicamente in difesa degli ebrei perseguitati, evitando di render nota l'enciclica in cui si condannava l'antisemitismo scritta dal suo predecessore, Pio XI. Sotto il suo pontificato le gerarchie ecclesiastiche nella quasi totalità, in Italia e in Europa, mantennero un profilo assai basso nella testimonianza cristica della fratellanza, accettando e in taluni casi facendosi addirittura complici dell'efferato dominio della Bestia. La condivisione del comune nemico rappresentato dal "dragone comunista" e dalla lobby anticristica "demo-plutarchica-giudaica", spinse la Chiesa cattolica ad accettare il punto di vista del potere nazifascista, senza nessuna reale opposizione ai suoi disegni di dominio, di discriminazione e di sterminio. Si scorrano i volumi di quegli anni della prestigiosa rivista dei gesuiti "Civiltà cattolica", e si comprenderanno le ragioni per cui la civilissima e cristianissima Europa potè scivolare nel baratro della barbarie. Leggendo quegli articoli grondanti del più becero antigiudaismo di marca inquisitoriale, si capirà come sia potuto accadere che nella tollerante Italia, sede del Vaticano, alcune migliaia di ebrei furono costretti dall'oggi al domani ad abbandonare le scuole, del perché il "Pastore Angelico" Pacelli non intervenne per denunciare l'infamità delle leggi razziali, se non a proposito dell'articolo sull'invalidamento dei matrimoni fra cattolici ed ebrei, conditio sine qua non per le auspicate conversioni dei miscredenti. Razzismo all'italiana che ritroviamo , appena ammantato dalla suprema missione civilizzatrice delle genti italiche e cattoliche, come cemento ideologico nell'avventura mussoliniana in terra d'Africa nel 1935, frutto avvelenato di un cinquantennio di retorica colonialista ("Nel caldo dei deserti e tra l'arena ardente insegneremo a vivere ai negri civilmente", cantavano i nostri fanti durante l'occupazione di Massaua, in Eritrea, nel 1895) che, accanto ad alcune pagine degne di memoria, si macchiò di crimini contro le popolazioni indigene alla stregua delle altre potenze coloniali europee: dalle fucilazioni di massa contro i patrioti, ai gas asfissianti usati contro l'esercito del governo legittimo di Hailè Selassiè, passando per i proclami delle autorità coloniali che proibivano ai nostri soldati di fraternizzare con le donne indigene per non sminuire la "razza italica". Se siamo oggi così impreparati dinanzi al risorgere della Bestia dell'intolleranza, e perché riteniamo, a torto, di essere stati meno feroci dei nostri alleati, di non aver esagerato contro i nostri nemici, di esserci sempre comportati da veri "latini" -pizza, mandolino e buoni sentimenti- cullandoci in uno stereotipo consolatorio e assolutorio, che minimizza i difetti di una nazione assoggettata ad una dittatura la cui ideologia e i cui interessi portavano in sé i germi del razzismo, dell'imperialismo e della guerra . Ancora circola la falsa opinione, anch'essa consolatoria, di un Mussolini fondamentalmente pacifista, condotto nel baratro della guerra da improvvidi consiglieri e dal cieco destino. Seppure in scala ridotta, furono gli uomini di Mussolini per primi a sperimentare l'annichilimento delle opposizioni da Matteotti ad Amendola, da Gobetti a Gramsci passando per Don Sturzo e i fratelli Rosselli, a utilizzare la violenza come strumento di controllo politico e sociale, ad avvalersi del pregiudizio razziale come valvola di sfogo per le frustrazioni di un ceto economico afflitto da sindrome d'inferiorità nei confronti delle potenze imperiali occidentali e come riscatto per i milioni di "cafoni", costretti a cercare fortuna all'estero. Le deportazioni in massa degli oppositori libici, negli anni precedenti lo scoppio del II conflitto mondiale, non furono un incidente di percorso ma frutto di una perfetta pianificazione che ebbe come scopo l'annichilimento dei patrioti africani, e questo molto tempo prima dell'Olocausto. Lo stesso vale per le campagne terroristiche condotte dal regime nelle terre di confine con il regno Yugoslavo . Nella primavera del 1928, i fascisti compirono una spedizione punitiva contro la minoranza slava di Gorizia che si era rifiutata di votare in occasione del plebiscito. I contadini locali reagirono alle violenze e cinque furono arrestati. Tra di loro Vladimiro Gortan di 25 anni fu condannato a morte per un omicidio che, in realtà, era stato compiuto dalla milizia fascista. Gli altri quattro subirono la condanna a trent'anni di reclusione. Al termine dell'udienza la moglie di Gortan, che era incinta, fu aggredita da un gerarca che la colpì con calci al ventre. Un anno dopo altri quattro goriziani della minoranza slava furono fucilati con l'accusa di complotto comunista. L'agenzia Stefani, nel dare la notizia, vantò il comportamento del plotone di esecuzione, composto di camicie nere, un comportamento "superbo di fermezza e di impassibilità". Nessun elemento storicamente fondato può oggi farci parlare di un Mussolini meno feroce, nella sua volontà di potenza, del suo alleato Hitler. L'8 luglio del 1936, nel corso della campagna d'Etiopia, Mussolini spediva un telegramma al generale Graziani con il quale lo esortava "a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici" poiché "senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga" (cfr. Del Boca, "I gas di Mussolini. Il Fascismo e la guerra d'Etiopia", Editori Riuniti). Occupata Addis Abeba, gli italiani instaurano un vero e proprio regime del terrore sotto il quale perirono numerosi patrioti abissini. Furono istruiti processi farsa in cui non erano concessi i normali termini di difesa agli accusati. "Questa è una turlupinatura troppo grossa" scriveva l'inviato speciale del "Corriere della sera" nel suo diario segreto, aggiungendo che la giustizia degli occupanti è una "infamia senza nome" perché colpisce "innocenti sottoposti a una procedura per essi incomprensibile, che li porta a condanne atroci senza che vengono neppure a sapere perché sono stati condannati". Una parvenza di legalità che venne totalmente meno quando, nel febbraio del 1937, dopo l'attentato al viceré Graziani, gli invasori italiani si lasciarono andare ad ogni sorta di nefandezze contro gli abitanti di Addis Abeba. "Gli italiani girano armati di manganelli e di sbarre di ferro"- scriveva l'inviato del Corriere- "accoppano quanti indigeni si trovano per strada. Vengono fatti arresti in massa: mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di bastone come un gregge. In breve le strade attorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente". Nel corso dell'occupazione italiana della Yugoslavia, dall'aprile 1941 all'8 settembre 1943, il fascismo istruì 8737 processi contro 13.196 imputati, comminando 83 condanne a morte, 412 ergastoli e 3.082 condanne a 30 anni di carcere. Le vittime della violenza tra civili e partigiani furono 7.000, più di 1.000 gli ostaggi fucilati, oltre 10.000 le case distrutte, circa 40.000 le persone deportate o confinate ( 1/8 della popolazione ) delle quali circa 7.000 decedute per fame, freddo, stenti e malattie nei campi di internamento dalmati e italiani. Sulla persecuzione razziale, che oggi si preferisce definire "pulizia etnica" , Mussolini non aveva certo bisogno di maestri . L'11 giugno del 1941, a proposito della questione slovena, espresse in modo efficace la sua idea in merito: "Quando l'etnia non va d'accordo con la geografia, è l'etnia che deve muoversi: gli scambi di popolazione e l'esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali". Non è un caso che nella civile Trieste fu attivo durante il Secondo conflitto mondiale il tristemente noto campo di sterminio della Risiera di San Saba, l'unico del nostro paese (migliaia d'ostaggi, politici, partigiani, ed ebrei "intrasportabili" eliminati e inceneriti nei forni) e che i nominativi di ben 883 italiani figurino in una lista redatta da una commissione Onu, nel 1947, come "criminali di guerra" per le efferatezze compiute contro la popolazione slava (L'ispettorato speciale di Ps, insediato a Trieste fin dal 1942, contro il quale si levò inutile la protesta dell'ordinario diocesano Santin- "Vi sono particolari che fanno inorridire, si torturavano anche donne incinte"- dopo l'8 settembre divenne il braccio destro della Gestapo e cooperò con il famigerato Einsatzkommando di Globcnik. Il massacratore degli ebrei polacchi). Se ci siamo dilungati nell'elencare alcuni aspetti così poco onorevoli della storia patria, è perché nessuno è esente da quel subdolo virus che ci porta a considerare lo "straniero", il "diverso" una minaccia per la nostra incolumità, e non al contrario una risorsa, che può arricchirci e migliorarci. Ciò purtroppo è stato vero nel nostro passato, anche se non tutta la popolazione italiana fu responsabile dei crimini, ma quello che non fu possibile allora- l'Olocausto delle minoranze- per l'arretratezza e la scarsa fierezza razziale di una nazione di cafoni, potrebbe esserlo un domani. La bestia dell'intolleranza, figlia del razzismo e del suprematismo religioso, non ha preferenze di sorta, e se un tempo ha parlato il tedesco domani potrebbe parlare l'italiano, il veneto o il carinziano.