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BASE PARTIGIANA
Sulla strada nazionale 71 il traffico è intenso; autoveicoli, carriaggi, la percorrono numerosi ogni ora. La Linea Gotica si impernia sui monti che chiudono la valle del Savio più in alto. Un vasto servizio logistico congiunge le truppe dislocate sulle fortificazioni e a Cesena. I paesi sono tranquilli, nulla sembra cambiato nella vita di questi paesi adagiati sul fiume. I tedeschi tuttavia siedono sui loro veicoli e tengono puntato il Maser sulla stradfa. Non sono tranquilli loro. Una stradetta si allontana dal grosso borgo di Borello e si inerpica lentamente in mille giravolte verso Pieve di Rivoschio. Un colle erto e dirupo, una chiesa nuova con un ardito campanile sulla sommità al centro di due aavvallamenti, una cerchia di monti boscosi. Ecco la famosa base partigiana! Sono proprio deboli i nazi-fascisti, se non osano avventurarsi fin quassù a pochi chilometri da un’arteria così importante per il loro traffico! Lo sentono tutti che i nazi-fascisti debbono morire presto. Tutti sanno che la nuova Italia sta sorgendo e guardano ai partigiani con fiducia. Vediamo coppie di buoi che si avviano verso la mulattiera di S.Matteo verso la Pieve di Rivoschio e i suoi boschi. Il contadino li pone in salvo e sa che tra i partigiani troverà protezione lui con gli animali che gli premono più della vita. Noi ci siamo avviati per il viottolo che ci conduce alla Pieve dopo aver letto, non senza trepidazione, il cartello “Zona infestata dai partigiani”. Il contadinello e la donna che abbiamo raggiunto ci guardono sorridenti. Non diffidano di noi: solo i comunisti possono ardire di avventurarsi in quattro nella repubblica Garibaldina! “Li portiamo tra i nostri, ci dicono. Non ce li ruberanno i tedeschi!”. E sulla mulattiera di S.Matteo qualche paio di animali, aggiogato o no, lo si può vedere a qualsiasi ora in marcia verso la Pieve. Vengono anche da lontano. Passa un aeroplano inglese, sventaglia qualche raffica. Vengono colpiti un carro e due buoi che trasportano il fieno verso il rifugio. E’ ucciso anche il conducente: un ragazzo di quindici anni. Il cadavere viene avvolto in un lenzuolo, disteso entro un gran cesto e caricato su un carro di buoi. Il parroco di S.Matteo accompagna alla chiesa della Pieve il povero figliolo e qualche decina di parenti e di contadine piangenti seguono il rustico feretro. All’entrata del paese una squadra di partigiani armati fa ala al carro e lo scorta per rendere onore al morto fino all’ultima dimora. Il pianto è silenzioso; i volti di tutti sono seri, ma senza smarrimento e il parroco è calmo come i partigiani. Compie il suo dovere. Non sa se potrai durare a lungo il silenzio e la tranquillità che dominano all’intorno; non sa se quando verranno i tedeschi subirà la sorte del parroco che l’ha preceduto o dei due suoi giovani amici che furono fucilati perché assistevano quali religiosi i partigiani feriti. Né sanno i partigiani dove si rifugeranno all’arrivo dei tedeschi poco lontani. Essi a combattere, lui a pregare e a fare opere di bene. Ecco a cosa si dispongono nel loro animo, a fare cioè quel che essi fanno da tempo come loro dovere giornaliero. Io che vengo da una grossa città rumorosa e impressionata dei disastri della guerra, osservo questa calma che traspare da tutto, dagli occhi di tutti. Non è solo l’imponente silenzio delle selve che li rende sereni ma la coscienza della giusta vita vissuta in questo angolo sperduto di Romagna, che è tutta l’Italia per loro, per questi pacifici ma orgogliosi montanari. Una fanciulla fa la calza alla porta dello spaccio tabacchi, che è come la sede del comando nella Pieve. E un partigiano seduto sul davanzale del “circolo” che le è di fronte, cerca di attirare la sua attenzione con qualche parola. Più in giù una vecchietta fila della canapa che spunta a canocchiadalla rocca. In fondo alla strada del villaggio, una ragazzona pela un tacchino. Là è la cucina del posto di guardia dei partigiani alla Pieve. E’ una compagna evasa dal carcere di Forlì e ride di buon gusto ad ogni scherzo. Alcuni partigiani attendono a due cavalli; altri preparano della legna; altri accudiscono a vari lavori di cucina. Vita pacifica, sonnacchiosa quasi, per niente partigiana. Tu ammiri i dintorni, oppure ti affacci a una casa e ti fermi a chiacchierare con la massaia che ti chiede le notizie della piana e del fronte. La conversazione è cordiale. A Pieve sono tutti compagni o simpatizzanti; quei villici non si preoccupano delle eventuali rappresaglie. Si preparano a seguire i partigiani nel bosco. La domenica si raccolgono nella piazzetta i bravi contadini. Ascoltano benevoli i discorsi dei compagni nuovi venuti e degli ufficiali della Brigata. Si sciolgono in silenzio e s’incamminano verso la chiesa. Non grida, non impeto di idee e di parole, ma una fermezza traspare dal contegno di tutti. E’ la fiducia nella vittoria, è la sicurezza della giusta causa combattuta, è la coscienza serena, qualunque siano le conseguenze che possono venire, in uomini e donne e anche bimbi e fanciulle. Qui sentiamo che una nuova Italia è nata, effettivamente, da questo travaglio, l’Italia dei cittadini coscienti del proprio dovere e dei propri diritti!.
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