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Numerosi piloni della linea elettrica della ferrovia furono abbattuti col tritolo e anche pali del telefono per le strade; bombe scoppiavano un po’ ovunque perfino nella casa del fascio; centinaia di fascisti e di militari furono disarmati dai giovani cesenati che desideravano fornirsi del necessario per colpire l’odiato nemico. La rabbia teutonica si sfogò ripetutamente. Feroci rappresaglie furono perpetrate a Ronta contro popolani inermi, decine di patrioti furono seviziati, massacrati, impiccati, fucilati. E malgrado tutto ciò i nazi-fascisti non ebbero ragione dell’animo dei valorosi combattenti per la libertà. L’ardimento di questi giovani giunse fino all’esasperazione. Per due volte, con stratagemmi diversi, gappisti temerari entrarono nelle carceri di Cesena apparentemente inaccessibili, per farne evadere dei compagni destinati alla fucilazione. Intanto nella collina tra la Valle del Savio e quella del Ronco, la Brigata partigiana, l’8va Garibaldina, una delle prime che si costituirono fin dal 1943, aveva raccolto un migliaio di giovani. Attirò con la sua azione l’attenzione dei tedeschi i quali inviarono la divisione Herman Goering e un complesso di circa 5.000 soldati per annientarla. La Brigata fu costretta a disperdersi e fu l’avvedutezza del nuovo comandante, il cesenate Ilario Tabarri ad evitare lo sterminio dei suoi uomini. Purtroppo il gruppo cesenate fu decimato: Salvatore Auria, Pio Campana, Bruno Lama, i fratelli Francia, Ezio Casadei ed altri numerosissimi caddero sotto il piombo nazi-fascista. Tra essi vi erano i creatori della brigata e gli organizzatori della base di Pieve di Rivoschio. Ma l’infaticabile opera del comandante Pietro e del commissario politico Bernardo (Pietro Reali di Sogliano al Rubiconde) permisero la sollecita riorganizazione di una unità partigiana forte di 400 uomini ben armati, addestrati e atti alla guerriglia, che sfuggivano abilmente ai numerosi rastrellamenti e infersero sanguinose perdite al nemico. Si calcola in duemila il numero dei nazi-fascisti caduti sotto i colpi dei garibaldini. I servizi della Brigata partigiana un considerevole movimento di uomini tra la collina e la pianura. Reclute e rifornimenti che dovevano salire, feriti e staffette che tornavano dalla montagna. Un numero grande di comunisti impegnavano la loro attività e la loro vita nel compito dei collegamenti. Un vecchio comunista di Sogliano al Rubiconde, Giuseppe Ricci, fu scoperto dalla polizia e fucilato. Un giovane dirigente comunista di Cesena, Ricchi Werther fu arrestato, e torturato fino ad indurlo al suicidio: due eroici caduti nell’adempimento del loro dovere di mantenere i contatti con la Brigata. Le donne si prodigarono nel rendere servigi preziosi particolarmente alla 29ma Brigata G.A.P. Alcune furono arrestate e soffersero coraggiosamente la detenzione nei campi di concentramento. Debole fu il contributo degli altri partiti. Alcuni giovani studenti che poi aderirono al P:R:I: dopo aver svolto qualche attività di disarmo ai fascisti di Cesena in unione con la 29ma Brigata Garibaldina, si isolarono in gruppo autonomo in un villaggio della collina dove da ultimo si armarono per atraversare combattendo il fronte, quando gli alleati si avvicinarono alla zona. Alcuni giovani cattolici si erano armati e costituiti in gruppo poco tempo prima della liberazione, ma non ebbero modo di impiegare le armi che erano a loro disposizione. Solo un pugno di aderenti al Partito del Lavoro, che poi si unì al P.S.I., partecipò attivamente alla guerra di liberazione, aggregandosi all’8va Brigata. Il movimento gappista e partigiano rimase un movimento garibaldino, in prevalenza comunista e specialmente operaio e contadino. Fu la massa degli operai e dei contadini che gli diede forza, anche se negli ultimi tempi attraverso il C.D.l.N. DI Cesens esso ricevette il concorso e qualche aiuto materiale di altre categorie di cittadini. Anche in Cesena la guerra di Liberazione fu opera esclusiva dei lavoratori.
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