Il crollo del fascismo nel luglio del ’43 e la confusione in cui sprofondarono gli apparati civile e militare dello Stato italiano consentirono alla resistenza jugoslava di rafforzarsi e all’antifascismo italiano di riorganizzarsi. Fra coloro, tuttavia, che traghettarono nelle settimane successive l’Italia fra gli Alleati c’erano proprio quei militari che avevano avuto alcune delle responsabilità più gravi per i crimini di guerra perpetrati nelle campagne militari balcaniche (fra di essi lo stesso Roatta). Non fu di conseguenza casuale la scelta di non liberare dalle carceri i prigionieri politici sloveni e croati: i generali che sostituirono Mussolini alla testa dell’Italia non avevano alcuna intenzione di allentare la presa militare sui territori occupati. Gli ordini che impartirono erano chiari: “(…) ogni movimento dev’essere inesorabilmente stroncato in origine (…) non si tiri mai in aria, ma a colpire come in combattimento”. La repressione ai danni delle masse che manifestarono durante i quarantacinque giorni precedenti all’armistizio fu durissima: vittime si contarono a Udine, Gorizia, Cormons, Pola e Fiume, città al centro dei territori che di fatto vennero consegnati ai tedeschi dai capi militari italiani. Nell’Istria interna, invece, le truppe italiane furono costrette a cedere di fronte al moto insurrezionale di cui fu protagonista la popolazione povera della regione: si trattò di una mobilitazione impetuosa che consegnò per alcune settimane il potere ai Comitati Popolari di Liberazione e che spezzò, fino alla controffensiva tedesca di fine settembre, i meccanismi di oppressione sui quali lo Stato italiano aveva costruito il controllo di quei territori. La ribellione si alimentò di motivazioni sociali e nazionali: i contadini poveri di nazionalità croata riconquistarono la libertà per pochi giorni, e scatenarono tutta la propria rabbia nei confronti del potere dominante italiano; gli insorti si convinsero di essere giunti alla resa dei conti definitiva con i fascisti e nelle campagne si moltiplicarono le violenze ai danni di quanti venivano identificati come collaboratori del regime che si stava disgregando. Caddero vittime dell’insurrezione popolare i gerarchi locali, i notabili dei vari paesi e tanti degli italiani che furono ritenuti corresponsabili dello sfruttamento pluridecennale di quelle terre (proprietari terrieri e commercianti, innanzitutto). Gli organismi insurrezionali non riuscirono a mantenere un controllo costante del corso, a tratti caotico, della ribellione; non mancarono certo casi di giustizia applicata sommariamente: quello che d’altra pare si manifestava in forme anche arbitrarie era un sentimento di rivalsa nei confronti di un regime che per anni aveva costretto le popolazioni a comprimere le innumerevoli ragioni della propria rabbia. Le stime più accreditate calcolano in circa 500 le vittime di quest’ondata insurrezionale, anche se nelle cavità carsiche esplorate (nelle foibe), furono recuperati i resti di circa 300 corpi. Nei giorni dell’insurrezione, intanto, il Consiglio di Liberazione croato per l’Istria aveva proclamato, con toni fortemente nazionalistici, l’annessione della regione alla Croazia: si trattò di una decisione unilaterale del movimento partigiano croato, che non teneva in considerazione le preoccupazioni della popolazione italiana; essa pure aveva contribuito alla lotta contro le truppe di occupazione con parecchi volontari unitisi all’insurrezione.
Tensioni fra i movimenti di liberazione
Questo orientamento della resistenza croata venne confermato dalle decisioni dell’AVNOI di fine novembre: il Consiglio approvò la prospettiva dell’annessione delle province di Gorizia e Trieste e di parte di quella di Udine alla Jugoslavia che sarebbe nata sulle macerie dell’occupazione. Questa strategia aprì contraddizioni non solo con il debole antifascismo italiano d’ispirazione conservatrice, ma anche con quello più significativo di appartenenza comunista: esse si riflettevano innanzitutto nelle discussioni accese che si svilupparono in relazione all’autonomia operativa delle brigate italiane che si stavano formando, in collaborazione con quelle slovene, per resistere all’offensiva tedesca in corso (che in Istria, è il caso di ricordarlo, ripristinò l’ordine sui cadaveri di 13 mila istriani). Grazie ad essa i tedeschi avevano potuto costituire, sui territori occupati da Udine a Zara, la Zona d’operazione del Litorale Adriatico: presso tale area operarono, con funzione repressiva, le SS, coadiuvate attivamente dal ricostituito apparato poliziesco fascista, in particolare l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza. Si trattava di una collaborazione favorita dagli ambienti industriali e finanziari triestini, presso i quali l’esigenza di un blocco patriottico in funzione antislava era considerata decisiva; il timore di un esito rivoluzionario della lotta contro l’occupazione tedesca, considerato una possibilità reale vista la forza militare della resistenza jugoslava, condizionò pure le scelte del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, che di fatto non svolse attività di massa e si attestò su posizioni attendiste, nonostante i comunisti s’impegnassero al suo interno per contrastare tale orientamento. Tale attendismo si fondava su una posizione politica di chiaro orientamento nazionalista: il CLN di Trieste, con l’esclusione dei comunisti, rifiutava di mettere in discussione i confini italiani definiti dai trattati del 1920 e del 1924. La difesa intransigente delle annessioni realizzate dall’imperialismo italiano dopo la prima guerra mondiale rendeva di fatto impraticabile l’alleanza con la resistenza jugoslava, che rifiutava del tutto legittimamente di ratificare trattati in cui i diritti delle popolazioni slovene e croate erano stati brutalmente calpestati. Il PCI, pertanto, fece fatica ad orientarsi in maniera chiara in una situazione tanto complessa: i suoi dirigenti più autorevoli (Frausin, Gigante, Kolarich, Pratolongo) non erano intenzionati a mettere in discussione la collaborazione con la resistenza jugoslava, di cui pure criticavano le aspirazioni annessionistiche considerate eccessive, ma contemporaneamente temevano la rottura dell’unità, che reggeva faticosamente, con le forze del CLN di Trieste. Per questa ragione insistevano sull’esigenza di consolidare la collaborazione militare per cacciare i tedeschi e i fascisti, ma non si esprimevano né sul futuro territoriale della Venezia Giulia né sull’assetto politico che l’avrebbe caratterizzata. Decisero pertanto di mettere la sordina sulla prospettiva della rivoluzione socialista, verso la quale pure il movimento partigiano stava avanzando, per non essere costretti a rinunciare definitivamente all’accordo con le forze borghesi del CLN, attestate rigidamente su posizioni nazionaliste. Ciò non impedì a settori significativi del proletariato italiano della regione di schierarsi, di fatto dall’autunno del ’44, a favore dell’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia socialista: ciò naturalmente mise in ulteriore difficoltà il gruppo dirigente comunista, costretto ad equilibrismi diplomatici che non potevano reggere alla prova dei fatti.
La liberazione di Trieste
I dirigenti jugoslavi, d’altra parte, non rinunciarono alla polemica, e approfittarono dell’orientamento incerto del PCI, oltre che dell’attendismo del CLN, per procedere nella costruzione, a Trieste, di basi solide per la propria politica: essa stava entrando in rotta di collisione aperta con le intenzioni che gli Alleati avevano in merito alla sistemazione postbellica della regione. Soprattutto dopo la liberazione di Belgrado, avvenuta il 20 ottobre del ’44, gli jugoslavi chiarirono la propria intenzione di non rinunciare a Trieste, denunciando l’arrendevolezza dei comunisti italiani, troppo accondiscendenti verso l’influenza che l’antifascismo conservatore esercitava sulla resistenza italiana. Si trattava di una denuncia fondata, considerato il carattere reazionario assunto dalla politica di unità nazionale praticata nei territori italiani già liberati dall’occupazione tedesca. Negli stessi mesi i dirigenti comunisti di Trieste cadevano, uno dopo l’altro, vittime dei rastrellamenti tedeschi: i comunisti sloveni, pertanto, riuscirono a rafforzare la propria influenza sul proletariato giuliano, a maggior ragione dopo la rottura, avvenuta nel settembre, fra CLN e PCI. La stessa federazione del PCI fu egemonizzata dalla politica degli sloveni, che agli operai della città proponevano di fatto un orientamento rivoluzionario. Contemporaneamente l’OF riuscì nell’operazione finalizzata ad allontanare da Trieste e da Gorizia le formazioni partigiane italiane: esse vennero definitivamente passate alle dipendenze dell’Armata jugoslava e vennero schierate altrove nei momenti decisivi della liberazione. Il PCI dell’Alta Italia accettò le decisioni dell’OF che prevedevano la subordinazione di tutte le operazioni militari delle unità italiane al comando operativo sloveno, anche se non ne ratificò gli obiettivi annessionistici. La contesa per Trieste era di fatto aperta: gli jugoslavi, infatti, che già avevano rifiutato di riconoscere la validità degli accordi per la spartizione fra gli Alleati del loro Paese, schierarono le proprie formazioni attorno al capoluogo giuliano (all’insaputa degli stessi comunisti di Trieste) e, dopo che erano fallite le trattative con il CLN per la liberazione della città, vi entrarono con le proprie Divisioni alla fine dell’aprile del ’45, anticipando di alcuni giorni i neozelandesi dell’VIII Armata britannica. A Trieste, come negli altri territori della Venezia Giulia, l’Esercito di Liberazione jugoslavo agiva nella convinzione che si dovesse procedere in tempi rapidi alla trasformazione dell’assetto sociale che aveva favorito il consolidarsi del fascismo. Nei primi giorni di maggio i partigiani procedettero all’arresto di quanti figuravano all’interno degli elenchi dei collaborazionisti compilati in precedenza: coloro che venivano fermati dovevano essere rapidamente processati per poter essere poi trasferiti a Lubiana dove avrebbero dovuto essere sottoposti a procedimenti regolari. Nonostante le direttive esplicite impartite dai vertici dell’Esercito di Liberazione (“Prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare”), non mancarono le esecuzioni sommarie, motivate da un’indignazione popolare difficilmente contenibile. Il malcontento di operai e contadini, a Trieste come nel resto della Venezia Giulia, raggiunse, nei confronti dei sospetti di collaborazionismo, una furia vendicativa che oltrepassò in più occasioni le pur dure direttive di repressione politica (non nazionale) della resistenza jugoslava. Tali direttive, messe in atto dalla IV Armata, ebbero certamente un carattere radicale: le fucilazioni ordinate furono parecchie e gli italiani intenzionati ad opporsi risolutamente al nuovo potere non furono trattati tanto meglio dei collaborazionisti; altrettanta, d’altra parte, era stata la determinazione con la quale erano stati fatti passare per le armi gli sloveni, i croati e i serbi che avevano collaborato, negli altri territori liberati dalla resistenza, con gli occupanti.
Alcune valutazioni conclusive
Una riflessione ragionata sul computo delle vittime, comunque, non può che ridimensionare il clamore drammatico con cui le vicende della liberazione jugoslava della Venezia Giulia sono state trattate: furono infatti circa 600 gli arrestati e i deportati di Trieste che sparirono nelle settimane successive alla cacciata dei tedeschi, 400 circa quelli di Gorizia, e cifre simili possono essere riferite anche agli altri centri principali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, per un complesso di circa 2-3 mila dispersi; solo una parte di essi, tra l’altro, finì ingoiata dalle foibe ad esecuzione avvenuta, visto che in parecchi morirono presso le carceri o in campi di concentramento. Se ci si sofferma, inoltre, sulle vicende biografiche dei dispersi, ci si rende conto che nella maggior parte dei casi si trattava di agenti di Pubblica Sicurezza, di finanzieri, di miliziani, di volontari della Repubblica Sociale, di militari e di carabinieri; i civili non rappresentarono che una parte delle vittime. Non si tratta affatto di “macabra contabilità”: di fronte alle campagne di menzogne che giungono persino a parlare di decine di migliaia di infoibati, definire l’ordine di grandezza del complesso delle vittime delle operazioni di repressione messe in atto dall’Esercito di Liberazione jugoslavo, consente di comprendere che quella fase fu caratterizzata da un tipo di violenza ricorrente nelle situazioni rivoluzionarie. Considerare con orrore, con l’enfasi peraltro utilizzata dal segretario del PRC, il terremoto politico che sconvolse la Venezia Giulia nelle settimane successive alla liberazione, significa chiudere gli occhi sul procedere per forza di cose turbolento di un processo rivoluzionario che convinse parecchi operai e contadini della possibilità di stravolgere finalmente i tradizionali rapporti di forza. Inorridire di fronte al tentativo, praticato allora, di utilizzare la violenza insurrezionale per accorciare i tempi di un trapasso di poteri così radicale non serve a nulla. Altri sono i ragionamenti con cui i comunisti devono rileggere queste vicende: c’è bisogno infatti di un impegno nuovo nell’analisi di quei fatti, un impegno in grado di valutare le conseguenze dell’infezione nazionalista da cui non furono immuni le due lotte di liberazione; un impegno in gradi di definire i costi della rinuncia, praticata dai movimenti partigiani, alla prospettiva dell’internazionalismo; un impegno in grado d’individuare i risultati dell’abbandono dei principi dell’indipendenza di classe da parte delle organizzazioni comuniste segnate dal prevalere dello stalinismo. Un impegno che evidentemente a Bertinotti non interessa, ma a cui i marxisti sono fermamente intenzionati a dedicarsi.