bandiera rossa

CHI NON HA MEMORIA NON HA FUTURO

COMUNISTI A CESENA

Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore.
stella
 
 
 
rss
Ricevi gli articoli inseriti direttamente sul desktop
Scampati e non (1 parte) PDF Stampa E-mail
                     

 

SCAMPATI E NO

APPUNTI per la sceneggiatura di un documentario storico
Raccolti e commentati da Paolo Consolaro
Consulenza di Claudia Cernigoi

   
PROLOGO
 
C’era una volta, nel Novecento, quando l’Italia era in guerra con i nazisti… non contro, con! I nemici erano gli slavi, i comunisti e i loro alleati angloamericani… Dunque, c’era un giovane istriano, di nome Giovanni Radeticchi. Lo strano cognome era il risultato della ‘italianizzazione’ dell’originario Radetich, che forse suonava meglio. Ma a Giovanni andava bene così, perché lui era un bravo italiano, cresciuto nel rispetto e nell’ammirazione della patria fascista; come tutti i bravi giovani italiani d’Istria, naturalmente. Il suo paese era vicino a Pola: si chiamava Sissano (suo nonno, vissuto sotto l’ Austria, diceva Si?an).
L’otto settembre del ’43 l’Istria cadde in mano ai banditi, cioè ai partigiani slavi, che però all’improvviso erano diventati alleati del Regno d’ Italia, che non era più fascista e aveva fatto la pace con loro. Così diceva la radio; e in effetti i comandi militari italiani erano spariti, i soldati consegnavano spontaneamente le armi; molti se ne andavano addirittura coi partigiani. Perfino suo cugino aveva fatto questa scelta (certo deprecata da Giovanni). Ma era evidente a tutti che la guerra in Istria non era affatto finita, anzi infuriava più che mai: giungevano voci di scontri durissimi e di orrendi massacri. Le colonne tedesche riconquistavano velocemente il territorio del ‘Litorale Adriatico’, mettendo a ferro e a fuoco i covi dei ribelli. Le cose tornarono ‘a posto’ in un mese circa: l’Istria fu sottoposta militarmente all’esercito del 3° Reich, e in subordine all’amministrazione della neo costituita Repubblica di Salò. Giovanni non se ne intendeva di politica, e i tedeschi non gli erano neppure simpatici, ma sapeva che era suo sacro dovere servire la Patria in armi. D’altra parte continuava a sentire racconti, a vedere foto sui giornali e anche film-luce al cinema, su che cosa erano stati
capaci gli slavi e i comunisti, in quei terribili venti giorni quando avevano potuto spadroneggiare per l’Istria: gli orrori delle foibe.
Perciò non ebbe dubbi: si arruolò nella Milizia Difesa Territoriale, formata da italiani al comando di Libero Sauro (figlio del famoso eroe Nazario Sauro). Venne assegnato al 2° Reggimento Istria. La paga era buona, i superiori erano buoni fascisti e patrioti. Non sappiamo quali furono gli ordini che ricevette e che eseguì in quel periodo; ma non c’era mica tanto da discutere: il suo reparto era sotto il diretto controllo delle SS., e chi non rigava dritto era un attimo essere arrestati, internati o deportati.
Venne l’aprile del ’45: i tedeschi si ritiravano, gli slavi di nuovo vittoriosi avanzavano, i partigiani costituivano i Comitati del Popolo… proprio suo cugino era il Presidente del Comitato sloveno di Sissano. Giovanni era terrorizzato: lo avrebbero arrestato, forse torturato… Il pensiero correva alle foibe!
Invece… ma leggiamo ciò che raccontò egli stesso, qualche mese dopo:
"Ero milite del presidio di Marzana, il giorno 29 aprile mi sono presentato ai partigiani. Loro me diseva che i me lascerà libero appena che consegnavo le
armi e infatti i me gà lascià libero e son andà a casa a Sissano." [vedi oltre, documento R1] Ebbene, tutto qui? Niente affatto!
Da qui comincia un’altra storia. Cioè, la storia di Giovanni Radeticchi diventa leggenda. O meglio, la sua leggenda si inserisce nella storia…
Insomma, per dirla subito, fu gettato davvero in una foiba… e riuscì a salvarsi! Certo, sennò come lo raccontava ?
Ma andiamo con ordine. D’ora in poi lasceremo che a parlarci siano gli stessi protagonisti, che sono due.
Sì, perché bisogna sapere che un’altra persona, oltre al nostro Giovanni, si salvò miracolosamente dalla triste sorte a cui era destinata. Anche costui era un giovane volontario (19 anni), ufficiale del suo stesso reggimento: il sottotenente Graziano Udovisi - da Udovichich - di Pola. Non solo si conoscevano, ma le spaventose vicende ‘a lieto fine’ dei due appaiono intrecciarsi e congiungersi in modo assolutamente sorprendente, come vedremo.
Per fortuna le loro testimonianze sono state raccolte, riprodotte molte volte e riportate fino a noi da solerti ricercatori e valenti storici.
 
LE FONTI ESAMINATE

In queste pagine presenteremo tutte le notizie raccolte e pubblicate nei documenti più significativi attualmente disponibili su questa storia, dopo averle analizzate e confrontate per ricavarne la maggior quantità possibile di informazioni corrette su come si svolsero realmente i fatti.
L’impresa, a dire il vero, si è dimostrata più difficile e complicata di quanto si potesse supporre. Sembra che l’enorme impatto emotivo della tragica esperienza vissuta, nonché la varietà di circostanze e tempi in cui essa fu ‘tramandata’, abbiano tirato qualche brutto scherzo alla memoria, sia dei protagonisti sia di chi ne ha raccolto e diffuso le testimonianze. I dati essenziali spesso fanno fatica ad emergere dalle descrizioni delle inaudite sofferenze subite dalle vittime. In casi come questi bisogna dare per scontato un certo livello di incertezza (specialmente dopo tanti anni), e se magari qualcuno ha ‘calcato un po’ la mano’, inserendo dati incoerenti o poco credibili, si può supporre che lo abbia fatto in buona fede.
Resta il fatto che la ‘pura’ ricostruzione dei fatti, orientandosi nella gran quantità di materiale prodotto, non è agevole. E’ necessario premettere l’elenco delle fonti utilizzate e la loro codifica: oltre che essere doverosa per le verifiche, tale operazione preliminare serve a facilitare la comprensione delle analogie e delle differenze fra le molte citazioni dirette (in corsivo), di ciascuna delle quali indicheremo la provenienza.
Abbiamo esaminato nove documenti, divisi in due gruppi: tre attribuiti a Giovanni Radeticchi [R#] (esiste qualche ‘variante’ del cognome, che indicheremo); altri sei (di cui tre sicuramente autentici, perché ‘in viva voce’) di Graziano Udovisi [U#]. L’ordine progressivo in ciascun gruppo è cronologico, sulla base della provenienza originaria oppure, se questa non è accertata, della prima pubblicazione nota. Tutte le fonti sono pubbliche (si tratta di trasmissioni TV, libri e un sito Internet). Di ciascun documento diamo i dati a noi noti su origine e reperibilità.
[R1] "Trieste, 23 luglio 1945 – resoconto di Radeticchi Giovanni scampato dalla morte in una foiba": dattiloscritto (senza intestazioni), di cui Luigi Papo ha esibito la prima pagina (che risulta solo parzialmente leggibile) nell’intervista a Frediano Finucci andata in onda su “LA7 TV” a fine aprile 2003 (“La storia sepolta – foibe” – commentata da Pierluigi Battista). Nonostante alcune ricerche, non sappiamo chi abbia raccolto e trascritto in origine la testimonianza, né abbiamo rintracciato altre copie. Finché il signor Papo o qualcun altro non permetterà di consultare il documento integrale, dovremo accontentarci di quanto si può leggere nella registrazione TV.
[R2] Gianni Oliva in “foibe, le stragi negate…” (A. Mondadori 2002, pag. 17-18) riporta (non sappiamo quanto integralmente) la “testimonianza di Giovanni Radetticchio pubblicata per la prima volta il 26 gennaio 1946 sul periodico della D.C. di Trieste ‘La Prora’, e in seguito frequentemente utilizzata”, da lui rinvenuta in ‘Foibe ed esodo’, allegato a ‘Tempi&Cultura’ n.3 1998 p. 44.
[R3] "La foiba doveva essere la sua tomba…", su “Genocidio…” (“Adria storia” n. 4, Silentes loquimur 1995; qui il cognome è Radeticchio, il paese Sisano). Marco Pirina non indica l’origine del documento, che comunque dovrebbe risalire alla stessa epoca dei precedenti, dato che il testimone qualche tempo dopo i fatti emigrò in Australia e non si sa nient’altro di lui, se non che morì nel 1990. Lo stesso testo appare nel sito internet gestito dall’ A.D.ES (associaz. Amici e Discendenti Esuli giuliano – dalmati): http//digilander.libero.it/lefoibe/index.htm.
[U1] Registrazione video del racconto di Graziano Udovisi, intervistato nella sua abitazione da Marco Dolcetta qualche mese prima dell’ottobre 1991, quando fu trasmessa “in prima esclusiva” e presentata da Giovanni Minoli in una puntata di “Mixer” (RAI 1) dedicata alle foibe. Lo stesso Minoli l’ha riproposta in una puntata di “RAI educational” (RAI 3) sullo stesso tema, il 14 febbraio 2004.
[U2] Registrazione video del racconto di Udovisi, presentata da F. Finucci nella stessa trasmissione in cui appare anche [R1]. Marco Dolcetta è indicato come coautore di quel programma: si tratta con tutta probabilità di riprese fatte nello stesso periodo di quelle in [U1] (1991), con analoghe modalità e nella stessa casa, ma in un altro ambiente (il vestito è simile ma di colore diverso).
[U3] Registrazione video del racconto di Udovisi, anche questa fatta nelle stesse circostanze delle due precedenti, in un terzo ambiente e con una terza combinazione di giacca e cravatta. Fu trasmessa (non sappiamo quando) su “Canale 5 Mediaset”. Ci riferiremo a quanto di essa è stato inserito nel sito dell’A.D.ES sopra citato (cfr [R3]).
[U4] In “Genocidio…” di M. Pirina (cit., 1995) si trova un’altra versione (anche questa di origine ignota) dei racconti di Udovisi. Essa è trascritta (forse con qualche ‘taglio’) nel sito dell’A.D.ES, citato, col titolo “L’approfondimento. Il racconto del tenente Udovisi”.
[U5] Un’ulteriore intervista, ‘concessa’ (all’età di 71 anni) da Udovisi a M. P. Gianni, apparve nel dossier “Il rumore del silenzio”, pubblicato nel 1997 a cura di Azione Giovani. Anche questa è inserita nel sito dell’A.D.ES. (subito prima dell’”approfondimento” tratto da Pirina [U4]), col titolo “Non sono croato ma italiano, e me ne vanto. Un’intervista al tenente Udovisi…”.
[U6] Infine, ancora Gianni Oliva (op. cit. pag.18) cita fra virgolette la “testimonianza dell’insegnante Graziano Udovisi, riportata da Arrigo Petacco, ‘L’esodo, la tragedia negata degli italiani d’Istria…’, Milano 1999, pp 126-127”. Non abbiamo notizie sui precedenti di quest’ultima versione.
 
Tema 1: I TEMPI E I LUOGHI DELLA PRIGIONIA

Riprendiamo la narrazione. Dunque, cos’è accaduto a Giovanni dopo quel 29 aprile? E come si collega la sua storia a quella del ten. Udovisi?
Come promesso, facciamo ‘parlare’ i documenti, sfrondandoli però da tutti i particolari sensazionali che provocherebbero solo reazioni emotive, per concentrarci sulla ricostruzione dei fatti nella loro cruda sequenza. Prima che agli ‘effetti’ di contorno, per quanto importanti, in un documentario bisogna pensare alle notizie essenziali. A tal fine accosteremo le citazioni per ‘temi’, in modo che l’informazione risulti ‘concentrata’. Nei punti controversi riporteremo le varie versioni, senza ‘forzare’ una o l’altra interpretazione.
Per prima cosa vediamo di stabilire dove e quando si svolsero gli episodi di questo ‘calvario’. 
Giovanni Radet(t)icchi(o) (in seguito: R.) racconta [R1]: "Sono stato tre giorni a casa, poi mi portarono via.. mi portarono a Medellino [altrove Medolino - Medulin,* ndr] e là rimasi sei giorni in prigionia, poi mi portarono a Dignano [Vodnjan*] dove restai altri tre giorni.. Il giorno 11 mi portarono verso Barbana [Barban*]; qui siamo arrivati la notte, e il mattino del 12 siamo partiti verso Arsia [Ra?a*]; appena fuori del paese di Barbana" cominciano le percosse. La parte leggibile finisce poco dopo che i prigionieri furono "Arrivati in Arsia...".
In [R2] si legge: "Trascorsi giorni di dura prigionia... una mattina, prima dell’alba... fummo condotti... in direzione di Arsia..."; e da lì (lascia intendere G. Oliva), dopo "un chilometro di cammino, ci fermammo ai piedi di una collinetta... Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba".
La versione del racconto riportata da M. Pirina [R3] non nomina alcuna delle tappe precedenti, ma ‘salta’ ad un luogo più lontano di Arsia (sulla stessa strada fra Pola e Fiume). Torniamo all’inizio: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate... venne a prelevarmi... con un camioncino" insieme ad altri.
"Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio" [nome fascista di Piedalbona, sobborgo di Albona – Labin*]. "Alla sera... dopo 30 ore" proseguirono "per Fianona [Plomin*]... Anche [? ndr] questo tratto di strada a piedi". Dopo un’ultima notte di terribili torture, "prima dell’alba... mi condussero fino all’ imboccatura della foiba". 
Il (sotto)tenente Graziano Udovisi (U.) si presentò al comando slavo di Pola spontaneamente, e lì fu arrestato “Il 5 maggio 1945” [U5]. Oltre a ciò, nelle pur numerose e drammatiche narrazioni di U. non esistono date o intervalli precisi di tempo: non siamo riusciti a ricostruire un percorso completo.
Accostando ‘per affinità’ le notizie utili1 1[1] sparse nei vari ‘racconti’, ne emergono anche qui in sostanza due ipotesi in apparenza alternative, corrispondenti in sostanza alle due ‘versioni’ di R. viste qui sopra.
Ipotesi 1 – [U1]: "Eravamo in un campo di concentramento... ci siamo portati verso Barbana... da Barbana abbiamo attraversato una zona chiamata (Arsia? Arsa?– il nome è pronunciato con voce incerta1 [2])... Verso ora tarda... ci portarono fuori da questa che considero una ‘ex’ caserma... ci fecero attraversare la strada dall’altra parte, ci portarono per qualche km. lontano". [U2]: "Partiamo da questa caserma, facciamo la strada, non so quanto non so dire saran stati due saran stati tre km., un km. e mezzo... siamo portati in un posto dove... mattino prestissimo... c’era la foiba".
Ipotesi 2 – Nell’intervista ad ‘Azione Giovani’ del ’97 [U5] si trova solo un accenno complessivo al "tragitto di trasferimento da Pola a Fianona"; qui nell’ultimo tratto la strada sparisce: "ci portarono fuori, nel bosco... Abbiamo camminato per un viottolo, non so per quanto tempo". Da parte sua G. Oliva (o la sua ‘fonte, A. Petacco) [U6] va per le spicce, iniziando così: "Eccoci a Fianona, notte alta. Questa volta [? ndr] ci hanno rinchiuso in una ex caserma... poi... comincia la marcia verso la foiba".
Dai documenti non abbiamo altri riferimenti di tempo e luogo. Ma risultano di grande interesse, a questo proposito, i due importanti suggerimenti‘lanciati’ agli spettatori da G. Minoli (e M. Dolcetta) nella puntata di ‘Mixer’ del ’91 [cfr. U1]:1)      una freccia animata su una cartina dell’Istria accompagna la prima parte del racconto di U., spostandosi prima da Pola a Dignano, poi a Barbana, e fermandosi ad Albona;
2)      in chiusura della trasmissione, in coda all’intervista con U., Minoli presenta l’esplorazione, fatta con una microtelecamera, di una “foiba minore”, che si trova (casualmente? Ndr) nei pressi di Fianona. Sul fondo terroso di questa viene mostrato un teschio. 
Come avevamo avvertito, si può constatare che non è facile orientarsi fra tutte le versioni riportate. Proviamo a riassumere: fino ad ora, di certo, conosciamo i rispettivi giorni e luoghi dell’arresto dei nostri due protagonisti. Poi, in effetti, l’unico elemento sempre concordante è che l’ultimo cammino dei prigionieri per raggiungere la foiba fatale cominciò “prima dell’alba”. Non possiamo dire né dove né quando con precisione. Forse in direzione di Arsia [R2], oppure dopo l’ultima notte ad Arsia [U1], oppure ancora dopo l’ultima notte a Fianona [R3,U5,U6]. Potrebbe anche trattarsi di notti e albe diverse: ciò è chiaramente suggerito nel libro di Oliva [cfr. R2 e U6].
Ovviamente saremmo molto lieti di poter fornire gli elementi necessari a fugare ogni dubbio e a realizzare un documentario che risolva in modo definitivo le incertezze sul tema. Per quanto dipende da noi promettiamo di rimediare appena possibile. Per ora non ci resta che scusarci e proseguire a dar conto, per chi vorrà ancora seguirci, dei risultati ottenuti fin qui sugli altri ‘temi’ di questa triste storia.
 
Tema 2: LE TORTURE E GLI AGUZZINI
 
  Su certi argomenti non si dovrebbe ‘lavorare di fantasia’, e noi lo eviteremo, per quanto possibile, nel nostro documentario. Tuttavia si può comprendere (e perdonare) che dopo molti anni chi ricorda esperienze così drammatiche si confonda, come abbiamo appena visto, un po’ per l’età un po’ per le emozioni che si affollano. Inoltre non è escluso che qualcuno possa aver ceduto alla tentazione di ‘spettacolarizzare’ il racconto. Sembra giusto perciò dare più credito alle fonti ‘primarie’ più vicine ai fatti: sia perché i ricordi allora erano ancora ‘freschi’, sia perché era più facile cercare conferme (o smentite) almeno sulle circostanze principali.
E’ il caso del "resoconto di Radeticchi", che porta la data del 23 luglio 1945 [R1]. In esso si può leggere (oltre a ciò che abbiamo già visto): "Fu mio cugino a dare l’ordine (dell’arresto), Presidente del comitato sloveno di Sissano". Poi i nove giorni di prigionia a Medellino e Dignano, "a dire il vero finora senza essere maltrattati e mi davano bene da mangiare (quello che mangiavano loro)." Dopo Barbana invece "cominciarono a batterci col calcio del fucile, o con la canna, e davano grandi colpi sulla schiena (? Poco leggibile) perché i ne considerava fascisti. Arrivati in Arsia, là i ne ga cavà (?) so tutto, ciolto le scarpe, i calzoni (?) dandone un paio tutti stracciati (…)". Dobbiamo fermarci qui, in attesa che il sig. Papo o qualcun altro ci permetta di leggere il seguito.
Stando a quanto riporta G. Oliva [R2], già nel ’46 il quadro era notevolmente diverso. Saltata la prima parte, la citazione inizia coi "giorni di dura prigionia, durante i quali fummo selvaggiamente percossi e patimmo la fame"; tutto ciò prima di quella "mattina, prima dell’alba" in cui "fummo condotti in sei, legati insieme con un filo di ferro (…) in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze."
La testimonianza di R. accreditata da M. Pirina [R3] è molto più ‘ricca’, sia nel linguaggio usato sia nelle descrizioni (con nomi e cognomi):
"Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza (…)" Da qui comincia la descrizione di una serie impressionante di torture e tormenti, che finisce solo con l’uscita dalla foiba.
Udovisi dà scarsissime informazioni di contesto (cfr. tema 1) – per esempio è impossibile sapere da quando abbia condiviso la prigionia con R., e dunque su quali episodi sia possibile il confronto diretto -. In compenso i suoi racconti sono una vera miniera di immagini raccapriccianti: se non fosse una cosa così seria, si potrebbe pensare a uno spettacolo tipo ‘grand guignol’. Ma qui, ripetiamo, non interessano i particolari delle scene ‘ad effetto’, bensì le conferme e le corrispondenze per decidere quali fatti siano ‘sicuramente’ da inserire nella nostra ricostruzione della storia (per chi desidera approfondire i dettagli abbiamo dato le indicazioni dei documenti). Proseguiamo dunque ad esaminare gli episodi principali, ‘enucleati’ e ordinati a partire dai (pochi e incerti, a dire il vero) punti di riferimento.
Distingueremo tre ‘nuclei’ da cui si possono ricavare ‘sequenze’ più o meno coerenti:

1- LE SEVIZIE ‘RICORRENTI’
2- L’ULTIMA NOTTE
3– IL FILO DI FERRO (quest’ultimo suddiviso a sua volta in tre punti: i legami, l’amico straziato, il sasso appeso).


1-      LE SEVIZIE ‘RICORRENTI’

Giovanni R., fu picchiato [R1] "col calcio del fucile, o con la canna," per la prima volta sulla strada fra Barbana e Arsia; anche nel documento di Pirina [R3] egli racconta che "per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto", ma questa volta la strada era quella verso "l’imboccatura della foiba", dopo l’ultima notte a Fianona.
I racconti (trasmessi in TV o trascritti) di Udovisi iniziano ciascuno in un momento diverso del suo dramma. Stranamente, solo a margine dell’ultimo, cioè l’intervista del ’97 [U5], si parla del giorno dell’arresto dell’eroico tenente, “quel terribile sabato 5 maggio 1945… presso il comando slavo” di Pola, e di quel che avvenne subito dopo: “lo legarono… col fil di ferro e lo stiparono in una cella tre metri per quattro, assieme ad altri trenta italiani…
Seminudi, avevano solo un paio di pantaloni addosso”. Ricordiamo che R. fu spogliato solo parecchi giorni dopo (cfr. sopra [R1, R2]). Ma ciò che importa è che G. Oliva (citando A. Petacco) riporta fra virgolette [U6]: "Eccoci a Fianona… Venti persone in una stanza tre per quattro" (qui non si fa cenno al filo di ferro, come vedremo anche in seguito). Si può notare che lo stesso U., nel "campo di concentramento" [U1] prima di Barbana, ricorda che si trovava "in un gruppo di 15, 16 persone, ancora nuovamente (?) legate…".
"Nel tragitto di trasferimento da Pola a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori" [U5]: "mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie…". Più precisamente, sembra [U1], "si son divertiti" nel modo sopra detto "verso Barbana…"; poi, nella ‘zona di Arsia’ "c’è stato un cambio di pattuglia, e siamo stati messi in mano a dei giovani croati"; U. non dice se anche costoro si siano ‘divertiti’ come i giovani dellapattuglia precedente.
Alle ‘variazioni’ sul tema del filo di ferro ci dedicheremo fra poco. Per ora osserviamo che [U5]: "Sin dal primo momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture."

2-      L’ULTIMA NOTTE


A questo punto R. e U. dovrebbero essere nello stesso luogo, vedere le stesse persone, essere trattati in modo simile, se non uguale. Vediamo se, accostando gli elementi emersi dai vari resoconti, possiamo togliere il condizionale. [R3]: "Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci a uno a uno per portarci nella camera delle torture"; [U5]: "ci hanno prelevati in sei e portati in un’altra stanza per torturarci tutta la notte"; [R3]: "mi spogliarono, rinforzarono le legature ai polsi… Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina… la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio… Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena (ancora? Ndr)…". [U1]: "Verso ora tarda mi hanno chiamato fuori, portato in una stanza… Un uomo grande, grosso, gigantesco, erculeo… cominciò a picchiarmi… Ad un tratto sentii una voce urlare ‘maledetti in piedi’…"; [U5]: "E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna… la quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola." [U4]: "’presto,… mettetevi in fila’ comanda il grasso, alto caporione… [il capo] mi si avvicina… mi fa avanzare, estrae la pistola…e picchia con forza il calcio dell’arma all’altezza del mio orecchio già precedentemente leso… Sento la mascella staccarsi…"; [U2]: "Ci hanno messi in fila. Eravamo già pronti quando sono entrati tre ufficiali… le divise non le avevo mai viste prima… erano due uomini e poi ho riconosciuto una donna perché aveva i capelli lunghi. Questa donna con un frustino in mano ha cominciato subito a picchiare qualcuno… questa si è posta davanti a me e col calcio della pistola ancora (?) mi ha offeso l’orecchio sinistro. Dopo questo intervento di questi ufficiali ecco che ci rimettono di nuovo in fila…"; [U5]: "Poi ci misero in fila e ci portarono fuori… A quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano torturato.
Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda (?) d’accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi (questo almeno è indiscutibile! Ndr)… Ricordo… due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto".
Certo, con tutto quel traffico, al povero maestro in pensione (ex tenente) non risulta facile ricordare quante volte gli spaccarono la mascella sinistra quella notte.

3-      IL FILO DI FERRO


Questo è un ‘leit motiv’ ossessivo in cinque delle nove narrazioni [R2, R3, U1, U2, U5], ed è ben presente (sia pure sottinteso [U3] o richiamato una sola volta [U4]) nelle due che descrivono solo i momenti finali del dramma1[3]. E’ del tutto assente, invece, sia nel primo Radeticchi [R1] – almeno fino ad Arsia -, sia nell’Udovisi di Petacco – Oliva [U6]. Quest’ultima citazione, a dire il vero, è molto ‘stringata’ (solo 12 righe a stampa), ma è probabile che il filo di ferro (f.d.f.) qui sia stato ‘trascurato’ per altri motivi, che vedremo in seguito (supponiamo infatti che qualche riga in più non avrebbe influito sul prezzo del libro).
Vale la pena di esporre brevemente questo ‘nucleo tematico’, come appare dagli altri documenti, suddividendolo in tre sottopunti. 

3.1: I Legami

Il f.d.f. fu l’unico mezzo usato per legare i prigionieri: durante il tragico tragitto i loro polsi furono sempre [U2, U5], o comunque in più occasioni [R2, R3] "legati dietro la schiena col f.d.f.". Ma non basta: furono anche [R3] "legati ai polsi due a due" o forse meglio [U1] "accostati a due a due e ancora legati, gli avambracci vicini". E ancora [R2] "prima dell’alba… fummo condotti in sei, legati insieme con un unico f.d.f. oltre a quello che ci teneva avvinte le mani…". Anche[R3]: "prima dell’alba (ci) legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana… fino all’imboccatura della foiba". Su questo Oliva e Pirina sono d’accordo, anche se il primo colloca il fatto verso Arsia e l’altro nei pressi di Fianona.
U. si dilunga nei particolari [U5]: "Ci hanno disposti in fila uno dietro l’altro, sempre con le mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un f.d.f. che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta…". Come Minoli nel ’91 (cfr. [U1]), risparmiamo ai lettori le descrizioni davanti alla telecamera, analoghe ma ancor più prolisse e contorte

3.2: L’Amico straziato

Nelle sue versioni U. descrive in diversi modi il macabro episodio dell’amico svenuto, a cui fu legato il f.d.f. intorno al collo e che fu fatto trascinare dagli altri della fila. La conclusione è: "Sicuramente l’avrò soffocato" [U1], "certamente è morto nel tragitto, soffocato" [U2], "sicuramente durante il tragitto l’ultimo è morto soffocato dal filo che ci legava l’un l’altro" [U5]. Però stranamente (quante stranezze…) l’episodio non compare nell’” approfondimento” tratto da Pirina [U4]. La cosa forse si spiega se osserviamo che anche nel racconto di R. riportato dallo stesso Pirina [R3] (oltre che in [R2]) questo episodio è del tutto assente, nonostante (o forse proprio per) l’enfasi posta su altri particolari impressionanti: si veda il punto successivo.

3.3: Il Sasso appeso

Siamo davanti alla voragine. Giovanni R. ricorda [R2]: "…mediante un f.d.f. ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi.";
altra versione [R3]: "Mi appesero un grosso sasso del peso di circa dieci kg, per mezzo di f.d.f. ai polsi già legati con altro f.d.f.".
Il sasso però non fu appeso alle mani di U.. Solo una volta egli ne parla – la stessa in cui non parla dell’amico trascinato col f.d.f. al collo -; ma qui il discorso è in terza persona, e c’è un’altra ‘strana’ sostituzione [U4]: "”Siamo pronti, il masso è legato al collo (!) dicono alcune voci…". Quando c’è l’amico trascinato morto, invece, non c’è il sasso (quel che è troppo è troppo…): in questi casi (cfr. U1, U2) provvede la regia, che manda in sovrimpressione, per gli spettatori già inorriditi dal racconto, una famosa immagine di repertorio: il disegno di copertina della ‘Domenica del Corriere’ che nel gennaio ’44 ‘illustrò’ un atroce episodio avvenuto in mare, presso Zara: si vedono due persone trascinate a fondo da un enorme pietrone legato al collo. L’effetto è assicurato, ma ciò che a noi appare straziato è la verità storica. Siamo sempre più perplessi: quali fra le scene descritte qui sopra sarebbe corretto inserire nel documentario?

Tema 3: I COMPAGNI DI SVENTURA.

Di tutti i documenti esaminati, uno solo contiene nomi e cognomi di altri sventurati che furono trascinati insieme con Giovanni R. e il ten. Udovisi nel calvario della prigionia, e poi barbaramente trucidati facendoli precipitare nella foiba. Si tratta di quello pubblicato da M. Pirina nel 1995, attribuito a Radeticchio [R3].
I quattro che erano "sul camioncino" al momento dell’arresto (cfr. tema 1), in seguito non vengono più nominati. Anche noi diamo qui l’ultimo rispettoso saluto ai fratelli Frezza e a Giuseppe Benci. "A Pozzo Littorio" (citiamo sempre da Pirina) i carcerieri si accanirono ferocemente contro altri tre amici di R.: "Borsi, Cossi e Ferrarin", facendoli "correre a testa in giù contro il muro" (tralasciamo altre efferatezze). L’episodio è descritto una volta anche da U. [U1], riferito a "persone che non conoscevo, ma sicuramente combattenti come lo sono stato io". Uno dei tre, "Felice Cossi da Sisano", fece anche parte del drappello dei sei che affrontarono il macabro salto nella foiba in quell’alba funesta. Gli altri, oltre a R., erano "Carlo Radolovich da Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada".
Dunque è vero, c’era anche Udovisi; Giovanni R. poco dopo precisa di essere stato costretto "ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella foiba".
Ma non ricorda affatto di averlo visto risalire con lui: non ne fa più cenno, né in questa né nelle altre ‘versioni’ della sua testimonianza. Da quel momento U. scompare dalla scena, per ricomparire a distanza di ben 46 anni (dopo la morte di R.), come ‘resuscitato’ per concedere le interviste ‘in esclusiva’ al collaboratore di G. Minoli. Nel 1991 il maestro in pensione (ex tenente della Milizia) Graziano Udovisi vive in una casa signorile con un bel parco, circondato dagli affetti familiari. Le prime immagini lo mostrano così, a passeggio con Marco Dolcetta, che “restò in contatto con lui per diversi mesi”. “E’ lui stesso che ha deciso di raccontarci la sua storia”, ci avverte Minoli (cfr. [U1]). Evidentemente fu una storia molto elaborata, tanto da richiedere mesi di riprese, e almeno tre diverse ‘versioni’, fra cui scegliere quella meglio riuscita. 
Eh sì, ci vuole pazienza e determinazione per far emergere la verità. Ce lo dice anche il maggiore esperto di foibe, il sig. Luigi Papo: “La verità era stata nascosta a un certo momento, noi però in tutti questi anni abbiamo sempre cercato di portare avanti la verità…” [intervista a F. Finucci cit.].
Egli infatti possiede la testimonianza ‘originale’ di Radeticchi, e può descrivere con precisione come i carnefici ‘infoibavano’ le loro vittime. “Che fosse vero che questa è la tecnica lo sappiamo perché ci sono stati dei superstiti” [ibid.].
In realtà il sig. Papo è troppo modesto. Non dice che lui i superstiti li conosceva personalmente. All’epoca era lui il comandante del 2° reggimento ‘Istria’ (vedi ‘prologo’), di cui scrisse anche la storia [“sotto l’ultima bandiera. Storia del reggimanto Istria”, supplemento a “L’arena di Pola, 6/1986].
Prima era al comando del presidio della Milizia di Montona; ma fu anche “l’animoso, giovanissimo” fondatore della ‘formazione d’assalto di Montona’, il 3 ottobre del ’43 [dal ‘Corriere Istriano’ del 21.11.’43]. La sua brillante carriera nei servizi d’informazione (leggasi: caccia ai partigiani) lo portò a meritarsi un posto d’onore nell’elenco dei 750 criminali di guerra di cui la Jugoslavia chiese l’estradizione, addirittura davanti, in ordine d’importanza, al suo stesso superiore Libero Sauro. Fu proprio lui, per incarico di Junio Valerio Borghese (il ‘principe nero’ comandante della “X MAS”) e dell’on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell’Istria, che insieme con Maria Pasquinelli e altri redasse un “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre - ottobre 1943”. Si può dire che egli stesso sia un ‘reduce dalle foibe” del 1945 1[4]. Infatti fu arrestato dai partigiani nel maggio ‘45 e deportato a Prestranek, in Slovenia, da dove però tornò dopo due mesi e visse un paio d’anni sotto falso nome.
‘Paolo De Franceschi’ (questo lo pseudonimo) nel 1946 era a Roma, dove mise la sua esperienza a disposizione della Croce Rossa internazionale, per reperire informazioni utili allo Schedario mondiale dei Dispersi. Chiamò a collaborare ex ufficiali del suo reggimento, coi quali si interessò in particolare ai caduti, internati ed ‘infoibati’ del ‘litorale adriatico’. Nello stesso periodo fondò il ‘Centro studi adriatici’, che si dedicò a “dettagliate ricerche… su segnalazioni provenienti dagli ambienti dell’esodo istriano” (Oliva, “Foibe…” cit. p. 27) e scrisse la sua prima ‘opera storica’, dal titolo “Foibe” (appunto!). Ma il frutto più ponderoso delle sue fatiche uscì nel 1989: è il volume (a firma ‘Luigi Papo de Montona’, quantunque sia nato a Grado nel 1919)“Albo d’oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale”1[5]. 
Tutto questo per dire che, se c’è qualcuno che può sapere tutta la verità sugli ‘scampati alla foiba’ del suo reggimento, e sui loro compagni che invece non ebbero questa fortuna, ebbene, costui è l’ex comandante Luigi Papo. Infatti, nel suo “Albo d’oro” troviamo i nomi dei sei prigionieri giunti sull’orlo della foiba quella famosa mattina del maggio ’45, e possiamo sapere con certezza che erano tutti miliziani o ufficiali del 2° reggimento ‘Istria’.
Ciò si poteva supporre: lo stesso U. dice di essersi presentato al comando slavo [U5] "solo per salvare qualche mio soldato", senza successo.
Ma ecco un’altra grossa sorpresa: i quattro commilitoni, a quanto afferma Papo, non trovarono la morte insieme: mentre per due di loro, Radolovich e Mazzucca, viene confermata l’ipotesi dell’esecuzione sommaria “il 13/14.5.1945 nei pressi di Fianona”, Felice Cossi fu invece “deportato in Jugoslavia”, e Giuseppe Sabatti fu “infoibato assieme ad altri sei prigionieri nei pressi di Fiume” (cioè a circa 50 km. da Fianona, a 70 da Arsia) !
Ormai dobbiamo ammettere che, al di là delle nostre intenzioni, il documentario si sta trasformando in un ‘giallo’. Sembra quasi che qualcuno (non noi!) voglia ‘depistare’ e far perdere l’orientamento agli ignari lettori/spettatori, come per occultare le tracce di un delitto. Ma noi non disperiamo:
senza trarre conclusioni azzardate, continuiamo a cercare elementi di certezza che possano far luce in questa intricata vicenda.

 

RESISTENZA ORA E SEMPRE - FOIBE & C.
  
 
< Prec.   Pros. >
SEO by Artio
 
 
 

SITI AMICI SITI AMICI
arcoiris
arcoiris arcoiris
© 2009 CESENA, comunisti cesena, comunisti