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Le tesi vennero elaborate insieme a Renato Panzieri che collaborò alla redazione di "Mondo operaio" per anni con Lucio. Le tesi si esprimono anzitutto sul passaggio di società: o meglio discutono del periodo intermedio, di quella intercapedine della storia che viene a crearsi quando vi è una "vacatio" in termini di riferimenti sociali, politici, di potere e di relazioni complessivamente intese. Il proletariato, per Libertini, non deve prepararsi ad edificare il socialismo sulla base di una preventiva società democratico-borghese, ma deve semmai puntare decisamente ad un orizzonte più lontano che rifugga schematismi di ogni sorta, una ennesima decelerazione della lotta di classe e quindi un ingessamento del protagonismo operaio, sia esso sindacale o partitico o semplicemente di strutturazione di fabbrica. Dunque, dicevo, Lucio pone in fase avanzata la questione di un sorpasso sul capitalismo e del capitalismo medesimo fatta in chiave di "democrazia operaia" che fa consonanza con la democrazia sociale, rifiutando qualsiasi tentazione dogmatica o di autoritarismo stalinista. Non viene rigettato il passaggio rivoluzionario, ma viene invece allontanata l'idea che solamente un accadimento dirompente possa condurre all'evoluzione sociale dell'umanità ed all'emancipazione proletaria. Panzieri e Libertini sanno del resto bene che la via del cambiamento è spesso incontrollabile, cruenta e, nel rovesciare un ordine esistente, molto spesso è impossibile contenere con un potente anestetico sia di coscienza che di pratica rivoluzionaria tutti i fatti che possono accadere. Per questo scrivono: «...non si può ridurre la via democratica a una via sempre e necessariamente pacifica, dal momento che, anche quando in un determinato Paese le condizioni per il socialismo sono mature e le sue forze ottengono la maggioranza dei consensi, pur tuttavia la resistenza della classe capitalistica e il suo ricorso alla violenza possono condurre all'urto armato, e alla necessità di una violenza proletaria». Dal PSI al PSIUP (il secondo PSIUP, o meglio il primo fondato da Vecchietti, Foa e Libertini), da questo al PCI e infine a Rifondazione Comunista. Una vita da "globtrotters" della politica. Ma quando a Lucio imputavano tutti questi cambiamenti di sigle e di forze politiche lui replicava fieramente e per nulla piccato: «Non sono io che mi sposto, ma sono i partiti che cambiano». Ci sarà stata anche un po' di presunzione in questa affermazione, ma come non vedere nello scioglimento del secondo PSIUP un esaurimento sclerotico di quell'iniziativa? Restava solo da collocarsi all'ala destra (forse per Tullio Vecchietti che parteciperà alla nascita del PDS sostenendo la mozione di Occhetto) o centrista del vecchio grande Partito Comunista Italiano. Ma poi l'ingresso di tiepidi burocrati nel gigante rosso, i cambiamenti dell'Est e la fine del Socialismo reale diedero a Lucio Libertini un ennesimo gravoso compito. Quello del "Che fare?", inteso nel senso: come proseguire la lotta per il proletariato, per i deboli, oltre il capitale. Non rimase, a lui e a molti altri, che uscire dall'ultimo congresso del PCI insieme ad altri 89 delegati e dare vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, insieme ad Armando Cossutta, Ersilia Salvato, Bianca Bracci Torsi, Sergio Garavini, Rino Serri e Guido Cappelloni. Nel 1991, anno di morte e resurrezione del comunismo italiano, scrisse nel suo intervento al Congresso del PCI quasi PDS: «Rifiuto l'idea che da qualche parte si affaccia, che da un anno i comunisti siano stati impegnati in una battaglia di simboli e di nomi... È forse vero il crollo e la crisi dei regimi dell'Est, che coronano una vicenda iniziata in questo secolo con la Rivoluzione di Ottobre significano la fine del socialismo e del comunismo, una vittoria definitiva del capitalismo, la sua identificazione con la democrazia?». E continuava nel domandarsi: «Oppure nella nostra epoca le contraddizioni di fondo della organizzazione capitalistica del mondo sono nuove e crescenti, e il socialismo e il più lontano orizzonte comunista, liberati finalmente da degenerazioni tiranniche che ne contraddicevano i princìpi sono, alla fine, la speranza dell'umanità?».
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