La memoria storica che manca agli italiani (2 parte)
Antonio Moscato
7 aprile 1939: l'Italia invade l'Albania
Dal protettorato italiano alla conquista dell'Albania
All'alba del 7 aprile 1939 l'esercito dell'Italia fascista sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin) e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia del "Duce" e moglie del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, l'uomo che aveva voluto più di ogni altro la conquista dello sventurato paese). La conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in oltre vent'anni di protettorato l'Italia aveva addestrato e inquadrato il misero esercito albanese, che si squagliò quindi subito come neve al sole; la penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di stabilire legami interessati con diversi capi clan della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in sospeso con re Zog.
Le perdite italiane per il momento furono modestissime: secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga del re Zog, che appena capita l'antifona era partito in direzione della Grecia con un corteo di auto e di ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò l'assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree (sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri militari italiani), mentre l'Italia appoggiò lo sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano presentati sulla stampa come "apportatori di pace e di sicurezza". Ma le perdite evitate allora sarebbero venute dopo.
Una testimonianza preziosa: il Diario di Ciano
Già pochi giorni dopo l'occupazione Ciano notava sul suo Diario (13 aprile) che "la cosa è andata finora liscia come l'olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare sulla folla, l'opinione pubblica si commuoverebbe di nuovo". Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato non pochi problemi: "difficoltà negli sbarchi, carburanti non adatti, ed infine difficoltà di collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati non sono stati né sono in grado di assicurare il servizio". Sono problemi che si riscontreranno in tutte le "guerre del Duce" e che costeranno la vita a tanti soldati italiani.
Il 15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose, e che pure sono da tempo al soldo degli italiani, qualcuno "ha l'aria depressa. Il Duce li riceve a Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia la parola indipendenza, ma questa parola non viene e ne sono rattristati." Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo dell'operazione italiana, che credevano servisse solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota lo stupore di "questa gente dura, montanara, guerriera" nei confronti di Vittorio Emanuele III, quel "piccolo omino seduto su una grande sedia dorata" che risponde "con voce incerta e tremante" al discorso del rappresentante albanese Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto "con stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire per offrire la corona". Il 12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi dell'opposizione latente negli ambienti intellettuali albanesi e pensa di risolverla ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un "rapporto allarmante sull'Albania". Il Duce ci crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la quasi totalità degli studenti e dei professori hanno creato disordini, e per "colpire gli irriducibili" propone nuovamente il confino in un isola tirrenica, ma questa volta per due o trecento persone...(in una città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel che accadrà successivamente.
La tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello stesso anno, con l'invasione della Grecia. Dopo giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni di inquietudine, puntualmente registrati dal solito meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la causa principale). Il 1deg. novembre salutava con gioia l'arrivo del sole: "ne approfitto per fare su Salonicco un bombardamento coi fiocchi". Ma un po' di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato "attaccato dalla caccia greca". Se l'è cavata ma confessa a sé stesso (il Diario non era destinato alla pubblicazione) che è stata "una gran brutta sensazione". E il peggio deve venire. Il 6 novembre c'è stato un attacco greco su Corcia, che "non ha avuto i risultati che millantano le radio inglesi, ma c'è stato, qualche progresso il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che all'ottavo giorno di operazioni l'iniziativa è agli altri." Il giorno dopo Ciano ammette che a Corcia c'è stato un "collasso", che attribuisce a un battaglione albanese che "per paura - non sembra per tradimento - cominciò a fuggire". Da allora in poi il Diario abbandona i toni ottimistici. E' cominciata la catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la Jugoslavia) per riparare i guasti provocati dall'impreparazione e alla scarsa motivazione dell'esercito fascista.
La guerra si è spostata già da novembre sul territorio albanese, grazie all'eroismo del popolo della Grecia, più che del suo esercito male armato e pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo per l'incoscienza dei loro dirigenti, che hanno creduto di ottenere l'appoggio dell'Italia per le loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e privati di quella sovranità a cui tenevano molto. Peccato che quell'esperienza sia stata dimenticata da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti dell'UCK che hanno accettato gli accordi di Rambouillet, fornendo l'esca per fare scattare l'impresa "umanitaria" della NATO, nell'illusione di ottenere un appoggio per le loro aspirazioni all'indipendenza.
L'antefatto: le relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939
L'invasione dell'Albania, da un lato, non era apparsa molto preoccupante per le altre potenze interessate ai Balcani (era un paese già completamente inserito nell'orbita italiana, e il mutamento istituzionale non modificava ancora gli equilibri complessivi dell'area), dall'altro era insensata, inutile e costosa. Ma costosa era stata anche la politica di penetrazione "pacifica" dei decenni precedenti. Intanto fu solo relativamente "pacifica", perché in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi) in una vera annessione, erano stati tutti fallimentari, e avevano comportato numerose imprese militari.
L'Italia tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo passaggio dalla neutralità (che rappresentava già uno sganciamento dalla "Triplice alleanza" con Germania e Impero austro-ungarico) all'entrata in guerra a fianco dell'Intesa ottenendo con il Patto di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da parte dei bolscevichi - dopo la rivoluzione d'Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi depositati negli archivi del governo zarista) la promessa di consistenti acquisizioni territoriali in Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in Albania. In particolare era stata promessa all'Italia la baia di Valona, che fu effettivamente occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette rinunciare in seguito all'insurrezione della popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito della "vittoria mutilata" che alimentò la propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate, determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo albanese, jugoslavo e turco.
L'unica acquisizione di una parte dei territori promessi nel Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso di neutralità) fu quella del territorio allora integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell'Istria, di Fiume (conquistata col colpo di mano di D'Annunzio) e l'isolotto deserto di Saseno, strategicamente importante dato che controlla l'accesso alla baia di Valona.
Fallito il tentativo di occupare Valona ed altre parti dell'Albania, l'Italia si accontentò quindi di puntare a un controllo indiretto del paese, assumendosi una serie di compiti di "consulenza tecnica", compresa quella assai delicata della definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della Commissione incaricata della ricognizione topografica. Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore italiano dell'esercito albanese, rimase ucciso a Fier in una sollevazione nazionalista.
Le aspirazioni dell'imperialismo italiano sull'Albania d'altra parte non erano nate col fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante, come si è detto a torto recentemente. È vero che alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però legato a considerazioni tattiche contingenti e non certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi, il vescovo cattolico che guidava la delegazione albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già allora avanzato l'ipotesi che alla testa dello Stato indipendente albanese potesse essere collocato come re un principe di casa Savoia.
La politica di penetrazione economica e di corruzione di dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima dell'avvento del fascismo dai governi liberali, continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca, uno degli studiosi più attenti della storia delle relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione all'utilizzazione politica del fattore religioso) ha scritto che "le concessioni economiche e la rete di interessi creata dagli italiani in Albania non si traducevano in un parallelo e proporzionale aumento di influenza politica e in un controllo strategico". Al contrario, "era lo stesso aspetto meramente finanziario a costituire un insuccesso per l'Italia", dato che si svolse in perdita netta per il nostro paese, al punto che non rimase che tentare l'avventura dell'annessione.
Un anno prima della conquista militare il console italiano a Tirana lamentava che la situazione dei lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati "addetti al Comando della difesa nazionale" ) era piuttosto triste: essendo "quasi tutti mediocri lavoratori" non erano molto ricercati. "Chiedono paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono insufficienti per loro" e quindi finiscoo per lavorare solo saltuariamente. L'unica eccezione è la richiesta "di cameriere giovani per locali pubblici e per privati", considerata tuttavia inopportuna dal console "per ragioni di decoro e di prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse trovano un protettore straniero e finiscono per disabituarsi al lavoro onesto". E pensare che c'è oggi chi considera "predisposte alla prostituzione" le ragazze albanesi! Dopo l'occupazione il numero degli italiani occupati crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come crebbe anche l'apparato statale albanese (da 6.000 a 18.000), senza per questo diventare più efficiente e meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di illeciti arricchimenti di una torma di profittatori, intermediari, capitalisti "magliari" e tenutari di case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con grande scorno del regime, soprattutto "signorine" italiane).
Il finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente minoritaria) era stato costosissimo, ma non l'aveva trasformata in una docile pedina della penetrazione italiana. Di fatto, come hanno osservato vari studiosi, la vera religione dell'Albania non è né quella islamica né quella ortodossa o quella cattolica, ma l'albanità. La stessa osservazione è stata fatta successivamente, anche a proposito dello stesso "marxismo-leninismo" di Henver Hoxha, dall'ex ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha curato una efficace ricostruzione del regime "comunista" nella guida Albania pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano. Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa cattolica scoprì di non essere veramente privilegiata, dato che ingenti contributi, proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più consistenti, venivano dati anche alle comunità ortodossa e islamica, peraltro senza effetti risolutivi. Così anche l'occupazione si concluse da tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come tutte le altre "conquiste" dell'Italia imperiale.
L'invasione e l'occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
6 aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti
All'alba della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte della città di Belgrado. Sperimentata prima a Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella tecnica della distruzione sistematica di tutte le infrastrutture civili oltre che militari che caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale, e che culminerà nella distruzione di Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di Emir Kusturica, Underground.
Nel corso dei bombardamenti furono distrutti antichi monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche altre città come Skopije, Cetinjie, Niö. La cifra delle vittime è controversa, per l'interesse convergente dei massacratori ma anche delle autorità del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono il bilancio reale (nel caso dell'esercito jugoslavo si trattava di nascondere la propria impreparazione); tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state 20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia della storia, uno dei più filofascisti del governo guidato dal generale Duöan Simovic, lo sloveno Frane Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a Hitler - tramite l'ambasciata slovacca - la proposta di creare una Slovenia "indipendente" sotto la protezione tedesca.
Il capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale per assistere al matrimonio della figlia. Ma naturalmente questo particolare è solo la conferma di un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni mobilitazione, sperando di non irritare le potenze dell'Asse, a cui venivano ripetute incessantemente dichiarazioni di buona volontà. L'interruzione di ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire ordini alle truppe, che rimasero disorientate e sbandate come quelle italiane dopo l'8 settembre del 1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva dubitare dei risultati, dato il basso livello dei quadri superiori dell'esercito: l'attaché militare francese, che aveva assistito alle manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che non era suo compito convincere i vertici militari jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di fare harakiri...
Non si trattava certo di un'inferiorità intrinseca degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi una splendida dimostrazione delle loro capacità combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche - ma dell'organizzazione basata sul predominio arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una selezione non basata sul criterio delle effettive capacità. Inoltre il piano militare tedesco era stato ben congegnato: l'invasione era cominciata da più parti: truppe tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria, ed erano state spalleggiate dall'esercito bulgaro, a cui era stato promesso un cospicuo bottino. Contemporaneamente l'esercito italiano entrava in Jugoslavia dall'Istria e dall'Albania, e poco dopo si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era stata concessa l'occupazione della Vojvodina, dove esisteva una cospicua minoranza magiara.
L'antefatto
L'invasione della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio di Bismarck, che aveva detto che quella terra non valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La Germania, d'altra parte, come l'Italia, preferiva puntare a un controllo indiretto dei Balcani attraverso l'alleanza con governi conservatori, anche utilizzando gli storici legami dell'Austria nell'area balcanica. In questo la Germania era entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto con l'Italia, che mirava allo stesso obiettivo e che, in particolare al momento del primo tentativo di annessione dell'Austria nel 1934, aveva puntato a un polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più l'Albania semivassalla) per contrastare l'espansionismo germanico. Tuttavia l'incoerenza della politica estera fascista aveva reso debole questo progetto, in particolare per quanto riguarda la Jugoslavia, preoccupata per l'appoggio dato dal governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo l'assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaöa avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934, alcuni capi del gruppo fascista croato furono confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni mussoliniane erano tanto manifeste che un vero riavvicinamento con Belgrado non fu possibile. Inoltre, la penetrazione economica della Germania in Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.
La crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi dalla Germania e dall'Italia, ormai non più antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni, fu la conquista dell'Albania. Concepita come rivincita sulla conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler, l'operazione non fece alcun effetto a livello internazionale, dato che l'Albania fin dal 1912 era di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato un trattato con l'Italia. Il successivo governo di Dragiöa Cvetovic cercò - tardivamente - di attenuare le tensioni con i croati creando accanto alle banovine (province autonome) serba e slovena una banovina di Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato, soprattutto per quanto riguarda l'inserimento nei comandi dell'esercito di rappresentanti croati.